 Certo la narrazione è lunga (262 pagine), ma, vi assicuro, la lettura è agevole e la sintesi finale breve: Asmara Napoli. Cronaca di una piccola odissea è il diario del sogno infranto di una famiglia tradita dalla retorica imperiale fondata sul fucile 91.
Dico di una famiglia, quella dei Cantore, ma potrebbe essere di ciascuno dei duecentomila rimpatriati dall’Africa orientale.
Ed ecco che la storia dei Cantore diventa storia della gente, come usa dire, ossia di quelle persone che assai più dei protagonisti concorrono al progresso delle civiltà, nel nostro caso alla conquista della libertà di cui godiamo tutti oggi.
La storiografia moderna la chiama anche storia a parte intera, come vedremo.
Perché il sogno infranto.
Perché il sogno dei Cantore, come dei duecentomila rimpatriati, quando si rompe è già concreto e cresciuto. Si evince chiaramente dalle prime pagine, quando il ricordo, che la memoria ospita per farlo diventare parte dell’identità, accende la lampadina sulla vita di famiglia nella lontana Asmara tra casa con giardino, la bibita dall’indimenticabile squisitezza fatta con polpa di fichi d’india, papaia tagliata e spruzzi di limone.
Iniziato, come egli dice, negli anni ’30 del secolo scorso, il sogno va avanti bene fino all’inizio della guerra, poi si infrange di schianto con gli inglesi che travolgono senza fatica le truppe coloniali e le nostre: le prime, come precisa l’autore, senza persino i sandali; le seconde con elmetti insufficienti, munizionamento dei fucili sufficiente solo per sei giornate di fuoco, armamento costituito dal vecchio e pesante moschetto Modello 91, numero riferito all’anno di costruzione 1891.
Sono dati che Cantore riprende dalla relazione del Duca di Aosta nella riunione di Palazzo Chigi del 6 aprile 1940, cioè otto settimane prima dell’inizio della guerra, e che la dicono lunga rispetto alla retorica dei discorsi imperiali di Piazza Venezia.
Da questi dati si vede subito che l’odissea dei Cantore riguarda l’ultimo tratto di un percorso che inizia attorno alla metà dell’era fascista, quando cioè l’Italia è inchiodata al modello tradizionale: uffici, botteghe, campagna. Il tutto dentro la retorica di regime.
Elio Cantore, papà di Gerardo, è un funzionario ministeriale quando riceve l’offerta di dirigere una grande banca, ma l’atmosfera sonnolenta e polverosa del primo lavoro e la diffidenza verso le gerarchie non possono appagare un personaggio geneticamente vocato all’osare, come farà capire il figlio nel libro.
Così, alla prima occasione, fa la valigia e si trasferisce ad Asmara, nella lontana Eritrea, dove lo raggiunge la moglie, sposata per procura; e qui la coppia, felice e contenta, mette su famiglia, che nel 1943 conta tre figli in casa e uno in arrivo.
Asmara è una bella città sulla terra rossa dell’altopiano; i suoi giardini fioriti sotto uno sconfinato cielo azzurro hanno cancellato ogni traccia dell’antico villaggio di pochi tucul di fango e paglia, anche se il nome viene da Azmarà, in tigrino bosco fiorito.
Un sogno realizzato, una vita serena, il cui segreto forse va ricercato nell’arte di vivere con la diversità, anche se a parti inverse rispetto ad oggi.
Fino all’estate del 1943, tutto fila liscio. La vita è appagante anche per Gerardo, ragazzino tutto pepe, che, tra famiglia, scuola e gioco, spazia con la mente dal mare con le alghe rosso vermiglio (perciò di nome Mar Rosso) alla favoletta popolare del filo di fumo che la nuvola avrebbe fatto passare solo dopo la dimostrazione di aver collaborato con le scintille a cuocere lo zighinì.
Ma all’improvviso, tutto cambia come in un equilibrio che si rompe mandando in rovina ogni cosa.
Era successo che, dopo la fondazione dell’impero, una sorta di delirio di onnipotenza aveva preso il regime e il suo capo, portando tutto un popolo ad una guerra che, come dicevo all’inizio, si scoprì presto figlia della retorica imperiale fondata sul fucile 91.
La sconfitta del fucile 91 nelle colonie italiane precede di molto quella in patria, con famiglie spezzate tra adulti prigionieri e gli altri componenti in campi di internamento in attesa di rimpatrio.
Per la famiglia Cantore ha inizio così l’odissea d’un viaggio senza fine: sei settimane dai viali profumati d’oleandri di Asmara al maleodorante campo d’internamento di Massaua, e da qui, dopo un saluto dall’interno del campo ad Elio all’esterno confuso tra venditori di datteri e banane, con la nave Giulio Cesare della Croce Rossa fino a Taranto. Poi in treno a Potenza, e finalmente in calesse a Ruoti, paese d’origine dei Cantore, accolti dall’affetto dei parenti e dalla solidarietà della gente. Tappa finale Napoli, dopo il meritato riposo di circa tre anni.
Una Napoli irriconoscibile: da Piazza Plebiscito, recintata dai reticolati e piena di automezzi militari, al mare affollato di navi. Il porto ha gravi ferite: il molo San Vincenzo è seriamente danneggiato dai bombardamenti.
Devo dirvi che questo molo ferito mi ha toccato particolarmente essendo io di uno dei paesi fondati dal monastero medievale di San Vincenzo al Volturno, proprietario dello stesso molo ferito. San Vincenzo è il monastero tuttora orgoglio di Benevento nella storia dell’Europa. Fondato nel 703 da tre principi longobardi beneventani sul confine settentrionale del ducato, fu prima fondazione aristocratica longobarda e poi città monastica nel quadro delle abbazie benedettine portato avanti in Europa da Carlo Magno. Centro di cultura dell’alto medioevo, oggi figura in prima fila tra le testimonianze d’arte benedettina europea, come si legge nel prestigioso volume della Jaca Book e negli atti del XXIV Convegno Internazionale del Corpus Vitrearum di Zurigo del luglio scorso.
Ma a fianco al molo di San Vincenzo, il libro riprende testimonianze significative di costume e di tradizioni.
Ne cito poche solo per dare l’idea, perché non voglio sottrarre ai lettori il gusto della scoperta di uno spaccato d’epoca di costumi e tradizioni di continenti diversi, i cui contrasti fanno armonia come le dissonanze nella musica.
Ne riprendo solo alcuni, africani ed europei, che dimostrano l’armonia delle diversità nell’uomo sempre uguale a se stesso, indipendentemente dall’etnia, dal colore e dalla cultura.
Dell’Eritrea, per esempio, mi ha colpito la mistura di orzo, tè diluito e latte d’asina sperimentata da un bravo pediatra ad Asmara, originario di Procida, per far fronte alla mancanza di latte in polvere per i bambini.
Del periplo africano, fa senso oggi la prova di resistenza nella cabina puzzolente di creolina per evitare il clima gelido all’esterno dovuto alla deviazione a sud della nave costretta ad aggirare a debita distanza di sicurezza una zona pericolosa dell’Africa.
A Ruoti, invece, nel nostro continente, a tenere banco sono le cene a base di “strascinati”, preparati con semola di grano duro, e di assaggi dei migliori “caciocavalli”, consumati tra brindisi, balli e canti. Poiché conosco i “caciocavalli”, che credo siano della stessa famiglia appenninica molisana e lucana, prima che l’Appennino centro-meridionale finisse a spezzatino, la tentazione degli “strascinati” l’ho tutta in gola.
Altra immagine intrigante di Ruoti, è la “fuitina” di nonno Gerarduzzo, seminarista, con Evelina, la figlia del farmacista. Uno scandalo per l’epoca (1904), ma che nel clima del libro aiuta a capire il carattere e la cultura di una famiglia che ha nel DNA la sfida; sfida che in questo caso cova come fuoco sotto la cenere del giovane seminarista Gerarduzzo, il quale non ci pensa due volte a buttare la tonaca per l’amore con la ragazza del cuore incrociata con sguardo fulminante durante una processione.
E per non essere lungo, eccomi alla bella figura del presepe napoletano di sughero e cartapesta, che non vedrei male tra quelli troppo sofisticati di oggi, i quali finiscono spesso per trasferire nel consumismo ad ogni costo questa immagine simbolica del cristianesimo, la prima rivoluzione che sparse per il mondo l’idea di uguaglianza delle persone. Un valore oggi più che mai richiesto dalla società in via di globalizzazione.
Nel libro qualcuno potrà trovare molto presente la dominante familiare, ma l’obiettivo rimane sempre l’ampliamento della ricerca storica, senza che mai particolari e passione limitino la lucidità dell’analisi.
Condividibile mi è sembrata, poi, la scelta editoriale, per formato, grafica e apparato fotografico.
A questo punto, dopo brevi note sul libro, mi chiederei con voi se l’odissea dei Cantore più che una piccola odissea non si configuri come doloroso calvario che si fa storia di popolo; e quindi una pagina della storia d’Italia non ancora però molto nota, speriamo perché vittima di sfasamento fra realtà e sua rappresentazione e non di interessati inabissamenti di scomode verità.
Classico caso di inabissamento, per esempio, fu quello delle Mainarde molisane, dove il successo degli italiani ridiede all’Italia l’esercito con pari dignità tra gli alleati e che un falso documentario volle attribuire ad altri, senza successo però perché a ristabilire la verità ha provveduto un lavoro che somiglia molto a quello di Gerardo Cantore.
La verità anche in quel caso venne a galla con la storia della gente o, come afferma la storiografia moderna, a parte intera, quella cioè che si propone una più minuta conoscenza dei fatti nei loro vari aspetti, sociali, economici, politici, eccetera. Sotto questo aspetto, illuminante è il libro di
Lucien Febvre, storico francese del XX secolo, Pour une histoire à parte entière.
C’è di più, nel nostro caso.
Il libro di Cantore ci sprona anche a imparare bene l’arte del vivere con la diversità, anche se a parti invertite. Allora andammo noi a viverla in Africa. Oggi sono loro, gli africani, assieme ad altri popoli di ogni continente, che nell’era della globalizzazione vengono per vivere con noi la diversità in casa nostra.
Un’arte che dobbiamo imparare nella consapevolezza che la diversità è la ricchezza che ci consente di vivere dignitosamente nell’unità della globalità: una ricchezza, la diversità, preziosa e che, come la libertà, non si regala.
Questa consapevolezza, che viene dal libro di Cantore, ci può aiutare a non perderla, come devono sapere in particolare le nuove generazioni: quelle che non conobbero i costi, umani e materiali, della libertà di cui godono e che si può sempre perdere.
L’attualità del libro, poi, e chiudo, sta nella capacità di relazionarsi che trasmette e di cui ha tanto bisogno la nostra generazione.
Vedete, dal dopoguerra ad oggi, siamo stati legati ai valori, ai partiti, al senso delle istituzioni, con tutti i limiti che sono propri della cose umane. Ora però attraversiamo una transizione difficile insidiata dall’individualizzazione della società, caratterizzata dal prevalere del “particolare” e dall’ondeggiare delle persone come granelli di sabbia che il vento trasporta da un mucchio all’altro.
Occorre urgentemente tornare a relazionarsi con i valori sociali, facendo anche i conti col il nostro passato attraverso la storia condivisa. Abbiamo una unità nazionale ancora troppo emotiva e inadeguata, legata com’è a determinati eventi come i terremoti, le alluvioni, l’insicurezza.
Occorre una metamorfosi politica fatta principalmente di discontinuità, fantasia, creatività. E libri come questo di Cantore aiutano tanto in tale senso. Lo ringraziamo.
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