 Sicuro di interpretare i sentimenti della Comunità ruotese, voglio dare il benvenuto a quanti convenuti per un ritorno " a casa " del cittadino Gerardo Cantore, il quale, pur nato e vissuto altrove si dimostra oggi ruotese per aver scelto Ruoti come luogo dove presentare il suo libro " Asmara - Napoli Cronaca di una piccola Odissea ".
Un atto coraggioso che lo consacra nostro concittadino alla stessa stregua di quanti nati e vissuti in questo paese rimangono legati per tutta la vita.
Non nego di aver avvertito un momento di smarrimento per quanto mi veniva riferito circa le peripezie e le difficoltà incontrate in un viaggio lungo e travagliato da Asmara fino a Ruoti.
La lettura del libro è stata avvincente per lo stile essenziale e scorrevole ed ha fugato le temute difficoltà a esternare la nostra gioia ed il compiacimento di ospitare l'autore nell'Istituto Comprensivo " Michele Carlucci " non nuovo a delle manifestazioni culturali del genere.
Proprio in virtù di altre esperienze analoghe, in cui si illustravano opere e personaggi che hanno dato lustro a Ruoti, ho sentito il dovere e l'entusiasmo di partecipare fattivamente a questo evento così significativo.
Man mano che leggevo, pagina dopo pagina, ho stabilito un contatto con l'autore che mi ha permesso di seguirlo più agevolmente nei luoghi citati e negli avvenimenti descritti in maniera semplice e chiara.
Nella prima parte sono riuscito ad immaginare bene i luoghi esotici dove prende avvio la straordinaria storia della famiglia Cantore emigrata in una terra tanto lontana con l'intento del capofamiglia di ritagliarsi un avvenire col proprio lavoro e le proprie capacità. Sebbene avesse scelto di vivere in una colonia tanto remota e in un paese tanto diverso, la quotidianità era sempre tutelata da leggi e ordinamenti italiani.
L'immagine di Az mar " bosco fiorito ", come ci ricorda l'autore, è veramente idilliaca fatta di un vialone per passeggiare, il chiosco del gelataio e la famiglia unita e felice in giardino nella frescura della notte sotto miriadi di stelle luminosissime.
E' proprio il quadretto che poteva descrivere solo chi l'avesse osservato con gli occhi di bambino.
Il sogno viene improvvisamente stroncato dalla guerra, che non solo sconvolge lo stato delle cose in Africa Orientale, ma distrugge tutte le speranze e le illusioni maturate dagli emigranti impegnati ad intraprendere una nuova esistenza in terra africana
A questo punto voglio sottolineare il significato educativo che ha voluto rimarcare l'autore neh'onorare l'eroismo di tanti ma anche di condannare il ricorso alla guerra come soluzione di controversie.
La parte che mi ha conquistato completamente è stato il racconto del viaggio della famigliola e di tutta la varia umanità presente sulla nave ospedale " Giulio Cesare ".
Dopo la sconfitta delle nostre truppe e l'ingresso in campo di quelle di occupazione inglesi, i nostri emigranti hanno dovuto subire anche le umiliazioni e la prepotenza dei vincitori.
Ai primi nomi di località e di rotte marine ho avuto un tuffo al cuore e, forse colpito dal sottotitolo del libro " Cronaca di una piccola Odissea ", mi sono ritrovato nei ricordi di preadolescente alle prese con lo studio dell'Odissea.
Allora era un esercizio divertente seguire le varie tappe di Ulisse ramingo per anni prima di attraccare alla sua Itaca, ed era facile trovare i siti toccati perché tutto il viaggio si svolgeva nei mari interni del Mediterraneo.
Di fronte all'Odissea descritta da Gerardo Cantore, non era sufficiente più la solita cartina geografica riportata sullo stesso testo scolastico; questa volta l'avventura si svolgeva lungo rotte oceaniche, addirittura intorno ad un intero continente.
Da Massaua, sul mar Rosso, fino a Taranto circumnavigando l'Africa per la durata di circa due mesi forse come ultimo spregio da parte inglese per gli Italiani sconfitti e costretti al rientro in patria per la via più lunga e pericolosa.
Allo sbarco a Taranto la sorpresa di trovare la città semidistrutta dai bombardamenti e la ferrovia danneggiata funzionante solo di notte.
Seguendo il tragitto fatto sul suolo italiano con piccole tappe di avvicinamento a Ruoti, ho provato un più solidale apprezzamento per quanto sopportava ancora questa famiglia frastornata da avvenimenti incredibili passando per posti sconosciuti ma sotto la guida sicura che solo una mamma può dare.
II viaggio verso Ruoti: l'aria fresca respirata a pieni polmoni quasi a scacciare gli odori acri del treno e della nave, i paesaggi sempre più verdi e rigogliosi, mi hanno fatto riflettere sul grande balzo fatto dall'altopiano eritreo alla collina arenacea di Ruoti.
Sei passato dalla terra sitibonda di Asmara e sei stato portato dal destino a bere la buona e fresca acqua di Ruoti, forse alla stessa Fontana Bona frequentata dai nostri antenati.
La descrizione,poi, degli episodi bellici accaduti a Ruoti mi ha permesso, dopo sessantaquattro anni di verificare la veridicità di quello che avevo osservato da un altro punto del territorio comunale. Difatti io e mia sorella, in quel settembre 1943, ci trovavamo a Masseria Carnicci di Bosco Grande assieme alla nonna e da quella quota prossima ai mille metri osservavamo ciò che accadeva lungo la l’Appia ed a Ruoti. La strada statale era percorsa da una fila interminabile di mezzi che si snodava per tutta la lunghezza visibile fino al passo di Cerreta - Montocchio. Il rombo e lo sferragliamento era continuo ed assordante anche se attutito dalla distanza.Frattanto degli aerei facevano delle evoluzioni e mitragliavano i convogli in marcia. L'immagine che ricordavo era proprio quella di confondere le formazioni di aerei con stormi di rondoni tanto erano piccoli nel cielo e poi calavano verso l'abitato di Ruoti.
Dopo il passaggio degli aerei, nella parte bassa del paese, al Calvario, si alzò verso l'alto una lunghissima colonna di fumo nero arrotondato in cima. Era stato colpito un carrarmato e bruciava mentre poco distante erano stati lasciati sul campo i corpi di due soldati tedeschi poi sepolti a fianco del grosso pioppo sulla via di accesso a questa scuola. Il luogo di sepoltura venne segnalato da due croci con in cima i caratteristici elmetti della Wermàcht Negli anni successivi il luogo diventò la meta preferita dei nostri giochi intorno alla sagoma del carrarmato abbandonato nella scarpata.
Caro Gerardo forse sono stato preso anche io dai ricordi e non poteva essere diversamente sollecitato dal tuo irrompere improvviso su quel periodo della vita di Ruoti e della nostra infanzia già toccata da esperienze come la guerra e i disagi che comporta per lunghi anni.
Il tuo libro permette, attraverso gli episodi riportati, di seguire la storia della tua famiglia a partire da quell'amore tenero e nello stesso tempo travolgente di tuo nonno " Gerarduzzo " che incarna l'indole caparbia e risoluta del ruotese. Poi la partenza da questi luoghi, pur tanto cari, per andare a vivere lontano con la prospettiva per sé e la famiglia di una vita migliore e gratificante.
Anche se a malincuore ha affrontato con dignità portando dentro di sé gli insegnamenti ricevuti in famiglia dalla struttura patriarcale dell'epoca.
La gente avvezza al lavoro continuo e pesante nei campi per ricavare, a volte, appena il necessario; lo sforzo degli artigiani a far quadrare i magri bilanci in famiglia, hanno fatto sì che si formassero sempre persone pronte al sacrificioed a una vita morigerata.
L'educazione che si riceveva in questo contesto era costituita da pochi essenziali principi come l'attaccamento al lavoro di qualsiasi tipo, alla famiglia, essere onesti e timorati di Dio. Ogni individuo possedeva le potenzialità per riuscire nella vita dovunque fosse andato.
Questo è l'omaggio che possiamo fare oggi, insieme con Gerardo Cantore, a tutti i ruotesi che ci hanno preceduti lasciandoci in retaggio, attraverso la loro testimonianza preziosi esempi di laboriosità e di tenacia.
Nello stesso tempo formuliamo voti augurali alle nuove generazioni che non trascurino i valori consolidati della nostra gente perché sono tesori che non invecchiano, non passano di moda, al contrario rendono l'individuo più sicuro e vincente nella vita.
Mi piace terminare con le parole di Cesare Pavese tratte da " La luna e i falò ":
Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via. Un paese vuol dire non essere soli, sapere che nella gente, nelle piante, nella terra c'è qualcosa di tuo, che anche quando non ci sei resta ad aspettarti.
Giovanni Imbrenda
|